giovedì 30 ottobre 2008

Chi l'ha vista?


C'è un aspetto della appena approvata riforma della scuola primaria che quasi nessuno tra gli osservatori e i detrattori del ministro Gelmini sottolinea abbastanza.
E cioè che il ministro non si sente. Si vede molto, soprattutto sulle riviste femminili, in cui mostra acconciature e vestiti a tutto spiano e parla di tutto tranne che delle sue leggi. Ma non si sente.
Un comportamento molto simile a quello della collega Prestigiacomo, di cui, è stato notato, nonostante la sovraesposizione mediatica a seguito della euro-lite su Kyoto, rilascia interviste solo a settimanali femminili e al limite si concede con interventi scritti di suo pugno su giornali più o meno amici.
Così come la "Presti" ("Flooooris, mi lascia parlare?", grande imitazione) avrebbe il dovere di spiegare in qualche intervista tv e in qualche faccia a faccia con i politici dell'opposizione il perchè ha scelto di mettersi contro le politiche europee per l'ambiente, la Gelmini dovrebbe fare altrettanto con i suoi provvedimenti su scuola primaria e università. Invece niente.
La Gelmini in tv non ci va. La sostituisce soprattutto Quagliarello (professore universitario in un istituto privato), Brunetta (professore universitario in aspettativa da secoli), e qualche altro. Sulla scuola primaria inventano tutti a ruota libera. Sull'università citano tutti i pochi numeri che la Gelmini ha dato nel suo unico intervento parlamentare. Numeri, peraltro, non frutto di uno studio ministeriale, ma di un libro di Roberto Perotti del quale non facciamo pubblicità perchè il 90% delle cose che dice su finanziamenti e denaro pubblico non hanno senso (permettetemi, ma conosco l'ambiente). In sintesi: i tagli sono giustificati sulla base di un "istant book", che è stato dato da studiare a chi voleva andare in tv a difendere la riforma. Chi voleva andare in tv, ma non il Ministro. Della serie "Sotto il vestito niente".
Non si è mai visto un Ministro della Repubblica che propone tagli di bilancio e modifiche (modifiche, non riforme) epocali senza spiegarli alla pubblica opinione. Addirittura, per chi ha seguito le votazioni in Senato martedì e mercoledì, la Gelmini non ha mai risposto ad una interpellanza, non ha mai espresso un parere sugli emendamenti, non ha mai difeso niente, se non con un breve discorso finale e un comunicato stampa. Al suo posto faceva tutto, rispondeva a tutto e provvedeva a tutto il suo sottosegretario, Pizza. Lei non esisteva. Dopo avere detto a inizio anno scolastico che le proteste erano ingiustificate, è scomparsa.
"Chi l'ha visto?" di Federica Sciarelli potrebbe dedicare qualche minuto alla ricerca della ministra scomparsa. Per scelta di understatement, o per incompetenza su ciò che ha deliberato?

mercoledì 29 ottobre 2008

A che serve dare i numeri?

A che serve dare i numeri e stravolgerli all'insù ogni qualvolta si fa una manifestazione politica?

In primo luogo serve a dare un'idea di poca credibilità: venerdì il PD ha comunicato a tutti i giornali che a Roma sarebbero arrivati 30 treni speciali (facciamo che ognuno contenesse 500 persone) e 1000 corriere (come è noto trasportano 50 persone l'una). Messi assieme fanno 65 mila manifestanti. A cui vanno aggiunti i romani e quelli che si spostano con mezzi propri o senza comunicarlo all'organizzazione. A spanne si potrebbe parlare di 200 mila persone. Un numero più o meno coincidente con quello della Questura, che criticabile e "governativa" fin che ci pare, misura le manifestazioni in maniera oggettiva: 3 persone per metroquadro. Ora, raccontare che in piazza ci fossero 2.5 milioni di persone (cioè una seconda Roma dentro Roma!) vuole dire prendere in giro l'opinione pubblica e rendersi poco credibili.

In secondo luogo stravolgere i numeri serve a dare un'idea che chi organizza queste manifestazioni lo fa su una base programmatica che essi stessi ritengono labile, e che necessita per essere rafforzata di un ampio consenso. Io penso che nella società "liquida" di oggi, nel mondo di una comunicazione iperinflazionata, in un contesto dove le idee e le proteste soprattutto si veicolano in modo virtuale, in un'Italia dove l'informazione fa di tutto da 20 anni per fare sedere le persone sul divano con l'antologica "birrona gelata, spaghetti aglio e olio e rutto libero", portare in piazza 200 mila persone significa mobilitare una quantità enorme di persone. Se i politici che organizzano le manifestazioni non se ne rendono conto, vuole dire che vivono fuori dalla società.

Faccio queste riflessioni all'indomani della manifestazione del PD, ma gli stessi ragionamenti sono applicabili a Berlusconi (che disse di avere portato in una Piazza San Giovanni ben più piccola del Circo Massimo 2,5 milioni di italiani "contro il regime" [!!!]), al Family Day di Pezzotta (due milioni di persone nella stessa Piazza, che secondo la Questura tiene più o meno 200 mila persone), al Concertone del primo maggio, alle manifestazioni degli antagonisti, eccetera.

I giornali si guardano bene di smentire i numeri: al limite mettono tra virgolette le dichiarazioni degli organizzatori ma senza contraddirli. E allora adesso do i numeri anch'io.
Domenica mattina alla messa delle 8 dove abitualmente vado c'erano 2.000 persone. Ho fatto tardi perchè al bar ho fatto una coda dietro a 789 persone per prendere il capuccino. Dopo la messa sono uscito per l'allenamento in bici: sul Giro di Magra eravamo 12.300 (una quarantina per la Questura). Se andassi avanti così, in quanti mi credereste?

venerdì 24 ottobre 2008

Contro i multisala



La realtà delle sale cinematografiche di Parma cambia da fine mese: dopo il Multiplex di San Pancrazio e il Barilla Center della via Emilia, al Campus sbarca Cinecity, città dei film da 12 sale (con capienze variabili tra 520 e 110 poltrone) e un totale di 2516 posti. La maxi sala aprirà il 31 ottobre – sulla rotatoria di accesso alla zona Campus e si presenta il più grande cinema multisala dell’Emilia Romagna. (...)

***

Ecco un'altra cosa di cui si sentiva estremo bisogno a Parma: un nuovo multisala, il terzo, dopo le tre sale del Multiplex e le otto Warner Village. Che c'è di male? Apparentemente niente, tranne l'ennesima colata di cemento e il continuo consumo di suolo che flagella Parma e tutte le città italiane, piccole e grandi.

In realtà c'è di più, e di male. C'è che se il centro città si svuota a favore delle periferie, poi non ci si può lamentare che lo stesso centro è insicuro, in mano alla criminalità, invivibile. Non si può chiedere più forze dell'ordine, più controlli, più denaro pubblico per riparare a scelte sbagliate, come quelle di aprire ovunque centri commerciali (che dicono "riqualifichino" le periferie: a me pare che dove sono i centri commerciali dalle 21 alle 7 ci sia il peggior deserto e dalle 7 alle 21 solo intasamenti del traffico, per cui evito questi posti) o cinema multisala.
Svuotare i centri storici e poi invocare la militarizzazione degli stessi (telecamere, poliziotti, ronde) significa ancora una volta far fare profitti ai privati e farne pagare i costi economici e sociali alla collettività.

Vivo a Parma dal 1994.

Fino al 2002, quando me ne andai per un annetto, in centro c'erano 8 cinema, per un totale, vado a spanne, di 13-14 sale. Tutti raggiungibili facilmente in bici, come usa(va) nelle città dell'Emilia. Cioè senza inquinare, spendere soldi in carburante e dannarsi alla ricerca del parcheggio.

13 sale significava che in una serata tipo il martedì o il giovedì, cioè serate morte, una media di 50 persone a sala per spettacolo (al tempo se ne facevano ancora due) convogliavano in centro, dalle 20 alle 24 circa 1.400 persone. Che si spostavano, si incontravano, camminavano. E socializzavano: al multisala si sale ognuno nella propria macchina e ci si incolonna con la propria solitudine. I cinema evitavano la desertificazione delle vie centrali e dei borghi all'interno dei Viali. Le persone animavano il Centro rendendolo vivo, auto-vigilato e quindi sicuro. Il mercoledì, tradizionale serata del cinema scontato, si può dire che le persone che animavano il centro potevano triplicare: 4 mila persone, a cui si aggiungono quelle che attirate dal via-vai animavano i pub e i locali che anch'essi sono piano piano scomparsi.

Poi arrivò il Warner e quando tornai a Parma i vari cinema del Centro avevano chiuso o stavano per chiudere: l'ultimo a salutarci è stato il Lux, la scorsa primavera, dove tra l'altro sono riuscito a vedere tre dei migliori film della stagione scorsa: "Centochiodi", "Cous cous" e "Into the wild" mentre al multisala, che ovviamente evita le proiezioni d'essay, è impossibile vedere un film che non sia da pattumiera commerciale.

Oggi in centro rimangono il Cinema D'Azeglio d'Essay e l'Astra, che poi non è proprio "in centrissimo". Vivono con proiezioni di nicchia e, si dice, grazie a sovvenzioni. Sono gli unici che frequento perchè odio il cinema multisala dove sembra di essere all'areoporto, devi aspettare per entrare, sei semi indotto a consumare qualcosa (ma guai! non in sala), ti devi sorbire mezz'ora di pubblicità e non c'è lo spettacolo unico (al mattino vado al lavoro...). Ma per quanto vivranno ancora i vecchi e angusti cinema del tempo che fu?

Se chiudesse anche il D'Azeglio, l'Oltretorrente, quartiere dove vivo e amo vivere nonostante dicono sia un Suk, e che tutti vogliono riqualificare a parole, rimarrebbe privo di qualsiasi intrattenimento.

In compenso per andare al cinema servirà necessariamente la macchina (nella "città europea" gli autobus cessano alle 20 e i notturni sono davvero pochi), con buona pace degli studenti che non ce l'hanno e del pm10 che già il 24 ottobre segnala già livelli di emergenza. Con altrettanta buona pace della mobilità sostenibile del Sindaco e del Centro da godere.

Anche se proverbialmente scomodi - ma stando gomito a gomito le emozioni di una bella pellicola si trasmettono meglio e ci si abitua a non considerare il proprio sconosciuto vicino sempre come un qualcosa tra il criminale e l'appestato - continuerò a passare i miei mercoledì (quasi tutti) all'Astra o al D'Azeglio, mandando al diavolo i parcheggi pieni di Suv del multisala, il suo audio stratosferico e le sue poltroncine asettiche che se fai per abbracciare la fidanzata la trovi due metri più in là.

Detesto i multisala, la mercificazione della cultura che portano, lo svuotamento dei centri storici che inducono. A Parma come a La Spezia (che schifo il Megacine, anch'esso complice dello svuotamento di un centro storico finalmente riqualificato e bello da girare) come da per tutto.

martedì 14 ottobre 2008

Fine stagione


La mia stagione ciclistica volge al termine, come è naturale che sia a ottobre. Da qui a Natale più o meno, uscite per stare all'aria aperta, tenersi in forma, guardare i bei paesaggi autunnali, stare con gli amici. Oddio, visto lo stato di grazia di questi giorni, se il tempo regge, qualche salita presa d'assalto la faccio ancora.

Causa prolungati disturbi e diversi cicli di antibiotico, che per esempio mi hanno fatto stare fermo tutto giugno, mi sono attaccato il numero solo 5 volte: ad aprile alla Granfondo della Versilia (c'è una cronaca sul blog), a fine maggio al raduno di Cicloweb a Massaciuccoli, alla cronosquadre di Villafranca ai primi di agosto, e poi a due circuiti, ad Alteta di Massa e a Sarzana, nelle ultime settimane.

Prendere il via ai circuiti è stata la novità dell'anno. Non mi ero ancora cimentato in queste gare tutto strappi e ripartenze che terminano ai 43-44 di media. L'esperienza è stata positiva. C'è molto da imparare per non faticare e soprattutto per non cadere. Ossia bisogna avere forza e coraggio per stare davanti e "limare". E occhi aperti: domenica uno si è distratto e si è appoggiato a me, spalla a spalla. Ai 45 all'ora abbiamo percorso 20 metri sostenendoci l'un l'altro fino a quando uno dei due, visti gli equilibri precari, è saltato in terra. E' toccata a lui, che ha tirato giù altre due persone, ma mi dispiace ugualmente.

Comunque entrambe le volte ho concluso con il gruppo dei primi, segno che i miei allenamenti fondati su ritmo e potenziamento hanno dato buoni frutti.

Ma una stagione ciclistica non si misura solo sulle uscite con il numero sulla schiena. E allora come dimenticare la cavalcata in solitaria di 119 km Pontremoli - Villafranca - Monti - Passo del Lagastrello - Passo del Ticchiano - Passo del Cirone? 5 ore in sella senza scambiare una parola con nessuno, tranne che durante la pausa a Canetolo a casa della Fede, immerso nei boschi e nei meravigliosi paesaggio appenninici. E come non compiacersi per il giro Pontremoli - Passo del Rastrello - Varese Ligure - Passo del Cento Croci - Borgotaro - Passo del Brattello - Pontremoli? 122 km, altre 5 ore, questa volta in compagnia del Tesoriere e del Gatto, dure ma esaltanti.

E ancora: che bei ricordi il giro del Cipollaio - Vestito sulle Alpi Apuane, pochi giorni prima della mia traversata sulle stesse montagne in versione trekking. O la scalata del Passo del Fragno da entrambi i versanti.

E' il tempo del riposo e dei ricordi, presto ci sarà pure la cena sociale della squadra, occasione per le solite reciproche prese in giro. Ma la nuova stagione è già alle porte.

giovedì 9 ottobre 2008

Vergogna a Sant'Anna


Ho visto ieri sera "Miracolo a Sant'Anna", il discusso film di Spike Lee ambientato tra Garfagnana e Alta Versilia, con al centro - del titolo e delle discussioni extracinematografiche - il crudele eccidio di Sant'Anna di Stazzema.
Non ho voglia di stare qui a dire cosa ne penso di Resistenza e dintorni: per chi vuole saperne di più si vada a rivedere due miei vecchi post: questo e quest'altro.
Sono andato a vedere il film dopo l'intervista che Spike Lee ha rilasciato a "Che tempo che fa", sabato scorso. Da un lato mi ha colpito la sua freddezza alle polemiche. Si è difeso dicendo che il Presidente della Repubblica ha apprezzato il suo film (non mi pare una difesa...) e che nel primo fotogramma (inserito apposta per l'Italia?) si dice che il film è frutto di una storia inventata, tratta da un romanzo, e che la storia vera di Sant'Anna è un'altra cosa, in cui non ci fu nessun tradimento partigiano ma solo la violenza nazista (e aggiungo io, anche fascista: tutte le stragi tedesche sulle Apuane, da Sant'Anna a Vinca, furono possibili con la collaborazione dei repubblichini).
Dall'altro lato mi ha colpito l'eccesso di prudenza con il quale Fazio ha incalzato il regista. Quasi timoroso di fare valere le ragioni della verità storica, il conduttore ha di fatto soprasseduto sulle bugie e sulla spocchia del regista. Cosa che mi lascia perplesso: lo stesso conduttore che sabato lasciava di fatto campo aperto alle bugie di Spike Lee, mesi fa chiedeva scusa per le verità che un giornalista di inchiesta suo ospite diceva su una carica istituzionale appena eletta. Ma questa è un'altra storia...
E andiamo al film allora.
Tanto per cominciare: ma se quella che si narra non è una storia vera, perchè non chiamare il paese della strage in qualche altro modo? Perchè non scegliere un posto immaginario? Perchè non girare la scena dell'eccidio altrove piuttosto che davanti alla chiesa di Sant'Anna?
Visto che l'obiettivo dichiarato di Spike Lee era dimostrare con la sua pellicola il razzismo che imperversava nei confronti degli afroamericani all'interno dell'esercito USA, e non parlare della strage di Sant'Anna (a cui tra l'altro si dedicano pochissimi minuti del lungo film), perchè non girare la pellicola altrove, magari lontano dall'Italia? Dal 1942 in poi gli USA hanno combattuto tante guerre in giro per il mondo, mandando a morire come carne da macello migliaia di soldati di colore o ispanici, come ben documentato nella traversata del Serchio. C'era solo l'imbarazzo della scelta. Senza scomodare Stazzema. Sarebbero state ambientazioni che non avrebbe fatto perdere pathos al film e al contempo avrebbero permesso di non appropriarsi indebitamente, incautamente e soprattutto in maniera parziale, di una delle ferite più aperte della storia italiana, ferita rese ancor più dolorosa dall'assenza, per 60 anni, di colpevoli, protetti dalla realpolitik di chi, a guerra conclusa, celò i documenti delle gesta eroiche di Kesserling, Reder e soci in un armadio della vergogna, sprofondato nelle cantine di un ministero a Roma.
Ma le scelte discutibili del regista afroamericano non si esauriscono qui: le figure dei partigiani assumono un ruolo secondario nel film, un ruolo di pura "cerniera" per tenere insieme una trama complessa. E avendo un ruolo secondario, ben poco si indugia su di loro, sui perchè della loro scelta di campo, sulle loro convinzioni, sulle loro storie. Per i tedeschi, naturalmente, sono terroristi e banditi. Per gli americani, gente di cui non fidarsi (mentre storicamente lo sfondamento della Linea Gotica avviene con l'apporto fondamentale della guerriglia partigiana), gente ambigua, dedita al tradimento e al sotterfugio.
Ce n'è abbastanza per bocciare un film che se avesse avuto un'altra ambientazione e avesse tenuto fuori fatti storici rivisti ad uso e consumo della sceneggiatura, sarebbe stato da promuovere per la bella fotografia, l'ottimo uso della presa diretta e dei flash-back, la fedele ricostruzione degli ambienti nei paesi di montagna, gli ottimi doppiaggi degli italiani, e da rimandare per un paio di "americanate"all'inizio e alla fine della storia, oltre che per la scelta di mettere in un'unica lingua i dialoghi tra gli americani e i locali.
Archiviato il film, rimarrà il dibattito. Dopo la lodevole e sacrosanta svolta di Fini, poche settimane fa, che ha definitivamente messo fine alle ambiguità di chi voleva la parificazione tra "ragazzi di Salò" e partigiani e ha chiarificato che dalla parte giusta c'era solo chi lottava per la Liberazione - svolta che ha tagliato le ali a chi, sedicente di sinistra, faceva quattrini storpiando la storia della Resistenza (gustosissimo come nel suo "Bestiario" su L'Espresso Giampaolo Pansa, commentando Fini, si arrampicava sugli specchi) oggi Spike Lee ridà fiato alle trombe di chi in fondo in fondo, è sempre stato dalla parte del fascismo, della dittatura e dell'occupazione, nonostante il cambio di camicia.
Poteva starsene in America...


sabato 4 ottobre 2008

La città in cui vivo

E' la città di chi ha proposto la carta di Parma, il documento in cui un certo numero di sindaci di destra e di sinistra hanno chiesto al Ministro degli Interni di avere più poteri in tema di sicurezza. Subito accontentati. Avendo a disposizione come corpo di polizia gente assunta per dirigere il traffico, fare le multe alle auto e consegnare le notifiche ai cittadini.

Ecco i risultati. Vigili in borghese manco fossero un reparto speciale super-addestrato, studenti di una scuola adiacente scambiati per spacciatori, la tensione alle stelle, l'opinione pubblica assetata di "ordine" dopo anni di allarmi gonfiati ad arte.

I responsabili materiali di questo atto che infanga la solita Parma ipocritamente "civile, solidale, europea, democratica, etc. etc. etc." non saranno licenziati: l'assessore dice (dicono i giornali) che non vi sono gli strumenti di legge per farlo (e noi che credevamo che Brunetta avrebbe risolto tutti i guai!), a meno che non vengano pescati a rubare.

E i responsabili politici? Cioè colui che a Parma ha convocato altri sindaci per promuovere la Carta gentilmente concessa da Maroni? Chiedere scusa? Ma nemmeno per sogno! Del resto chi glielo fa fare? La Uil che difende a spada tratta i vigili? La Cisl che non è andata alla manifestazione di protesta? O l'immancabile e ambiguo PD (toh, esiste ancora) che stigmatizza l'accaduto ma non chiede il conto politico della faccenda?

Alla fine tutto come prima. Ci dimenticheremo presto di tutto ciò: c'è il Festival Verdi, il Correggio, Mercanteinfiera... per chi vuole affrontare grane anzichè i luccichii della città ducale, al massimo c'è il Parma che marca male anche in serie B.

mercoledì 1 ottobre 2008

Il libro che aspettavo

Giuro che se Gianni Mura non avesse fatto questo libro, gli avrei chiesto io di pubblicarlo. Si intitola "La fiamma rossa - Storie e strade dei miei Tour", edito da Minimum Fax.
La fiamma rossa, o il triangolo rosso, per gli incompetenti, è un pezzo di stoffa che segnala l'ultimo km di una corsa. Il libro che raccoglie una antologia dei suoi pezzi inviati ai giornali per cui scrive (Repubblica, negli ultimi anni, prima il Corriere dello Sport) dal Tour de France.
Mura segue ininterrottamente il Tour dal 1967. I suoi non sono semplici cronache di una tappa, ma dipinti di luoghi, ritratti di ciclisti, recensioni gastronomiche, tutto unito in un unico filo logico che permette di cogliere l'essenza del ciclismo come storia di viaggio e storia di vita.
Gianni Mura ha raccontato il Tour e ne ha fatto epica, poesia, cronaca di volti e paesaggi, di piatti tipici e canzoni d'autore, narrazione popolare e raffinata di uno sport amato e maledetto, racconta la presentazione del libro. Un invito alla lettura.
Ripropongo qui i due pezzi che nei miei tanti ricordi di Tour mi hanno fatto amare di più Gianni Mura.
Il primo è del 18 luglio 1992. Sestriere. Claudio Chiappucci vince la tappa alpina con una fuga d'altri tempi. Non abbiamo mai più visto una fuga del genere. Tra parentesi, fu l'ultima corsa vista dal grande appassionato di ciclismo Paolo Borsellino, che 24 ore dopo quel traguardo morirà sotto il fuoco della mafia. Chiappucci è un lunigianese, e Mura lo sa bene.


Giorni fa ero andato da Chiappucci per chiarire un particolare letto su una sua scheda: davvero i genitori venivano da Marina di Massa? "E allora che ci andavano a fare nella nebbia di Uboldo a girare per i mercati? - mi risponde - Se erano di Massa mettevano giù due ombrelloni sulla spiaggia e si campava. No, venivano da Bagnone, in Lunigiana. E' un paese povero".
Lo so, ci sono stato. Anche la cucina è povera: polenta incatenata, col cavolo nero, testaroli, minestre d'erbe, coniglio quando è festa. E sull'Iseran non c'è nemmeno un panino.

Chiappucci esultante sul traguardo del Sestriere. Per lungo tempo è maglia gialla virtuale. Indurain insegue (ahimè aiutato da Bugno) ma crolla ai 2 km dal traguardo. Vincerà ugualmente quel Tour proprio davanti al Diablo.

Il secondo è datato 19 luglio 1995. Pau. In molti, tragicamente se la ricorderanno. Non vidi quella tappa in cui Adriano De Zan piangeva in diretta. Era a un campo ACR a Gramolazzo, seppi solo il giorno dopo comprando il giornale.


"Gli effetti personali?" chiede un'infermiera. Testa sta per dire no, poi pensa che la famiglia di Fabio forse li aspetta. Maglia, scarpini, pantaloni finiscono in un sacchetto bianco di plastica. Poi un borsone, una valigia con su scritto CASARTELLI in maiuscolo, a lettere adesive. E' tutto pronto. Casartelli torna a casa come i soldati.

Fabio Casartelli nel suo giorno più bello: medaglia d'oro nella prova su strada ai Giochi Olimpici di Barcellona, nel 1992, quando correvano ancora i dilettanti. Batte allo sprint Erik Dekker, da poco ritiratosi dal professionismo