sabato 28 marzo 2009
Silvio c'è
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martedì 24 marzo 2009
A proposito di romeni
Insuperabile Gramellini, da La Stampa di questa mattina
Ma che Racz
Si chiama Karol Racz, detto Faccia da Pugile perché ha la faccia da pugile: brutta sporca e cattiva. È in Italia per fare il pasticciere e abita in un campo nomadi vicino a Roma. Un giorno arriva la polizia e lo chiude in una stanza buia con le sbarre alle finestre. Gli parlano italiano, ma lui non capisce l’italiano. Allora gli parlano romeno, ma lui non capisce il romeno. Capisce solo il dialetto della Transilvania, come Dracula, ma lui giura che non ha mai morso nessuna donna che non fosse d’accordo. Lo accusano di averne morse addirittura due: una ragazza al parco della Caffarella, una signora al quartiere Primavalle. La tv mette la sua faccia dappertutto. I giornali scrivono che lui è un «mostro» e i poliziotti degli «instancabili segugi». La signora di Primavalle lo va a vedere in galera e sviene. È lui è lui, dice. Poi ci ripensa: ma forse no. Allora gli fanno l’esame del Dna. Il risultato è che non ha morso né la ragazza né la signora. Però magari ha guardato chi le mordeva, pensa la polizia. E lo tiene dentro per 35 giorni. Trentacinque giorni tiene dentro Karol Racz, cittadino dell’Europa Unita, incensurato. Poi due romeni confessano e lui passa dal carcere al salotto di Bruno Vespa, con tante scuse.
Il suo avvocato dice che adesso potrà chiedere i danni. Ma a chi? A giornali e tv che lo hanno condannato per la sua faccia? O agli «instancabili segugi» che hanno creduto alle false confessioni? Karol Racz ai danni preferirebbe di gran lunga un posto di lavoro. Pasticcieri, mettetelo alla prova: non morde.
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domenica 22 marzo 2009
Cavendish da antologia
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mercoledì 18 marzo 2009
Collage sulla paura
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lunedì 16 marzo 2009
Cronosquadre the day after
Ebbene sì, la nostra partecipazione ha avuto risvolti fantozziani ma la squadra ha fatto la sua bella figura ugualmente.
Che gli auspici non fossero dei migliori lo si sarebbe dovuto capire dal giorno della vigilia, quando il direttore sportivo incaricato di guidare l'ammiraglia è stato colto da improvvisi quanto profetici disturbi intestinali. Ma il segnale non è stato capito. Nemmeno il secondo segnale che gli dei del ciclismo hanno mandato in Lunigiana è stato colto fino in fondo: il cittì Martini alias la Cagna Magra recandosi a Forte dei Marmi al ritiro dei pacchi gara pestava una gigantesca cacca canina che si spalmava nel carro armato delle scarpe profumando l'abitacolo nel breve viaggio di ritorno a casa. E così, incapaci di scrutare i segni del destino, i nostri prodi sono sbarcati sereni e paciosi in una Versilia in cui prima ancora di essere rapiti dal clima del pre-gara, erano calamitati dai diversivi che solo Forte dei Marmi sa offrire in quantità, nonostante la corsa che probabilmente aveva allontanato un buon numero di turiste...
Dopo il solito e penoso show della vestizione in strada e il riscaldamento ovviamente a ranghi sparsi, gli otto moschettieri salgono in pedana senza avere ancora deciso una vera tattica di gara. Ecco così la scelta scellerata di piazzare in prima linea i 4 più in forma e (errore!) solo dietro i quattro in condizioni più precarie.
Alle 10.11.30" si parte!
Tutti giù dalla pedana e nel giro di 500 metri tutti i peggiori presagi manifestatisi il sabato si concretizzano: Giuseppe si accorge troppo tardi di essere partito con il 39 e nella concitazione il deragliatore non ne vuole sapere di salire sul 53. Il Tesoriere - chiaramente striato da Zumian che la domenica precedente gli aveva profetizzato le difficoltà che avrebbe incontrato nello stare nel "treno" - sceglie deliberatamente di partire con il 34. Il Meccanico (sì, il meccanico!!!) rompe l'attacco dello scarpino cambiato tre giorni prima: è evidente che sommando questo ad altri episodi, il Meccanico fa curare la sua bici alla persona sbagliata. Al traguardo dirà sconsolato "Mì, oh belo, adè ti dico una cosa: da domani la bici la porto a XXXXXX. Lui sì che sicuramente sa lavorare".
Poco importa che invece la bici della Cagna Magra, revisionata dallo stesso meccanico, fili e cambi che è una meraviglia. Poco importa: quando i colpi di clacson dell'ammiraglia richiamano l'attenzione della testa del treno, ai cinque che si girano non rimane che vedere controluce tre ombre che mulinano ingobbite cercando di rientrare. L'ultima, laggiù in fondo, oramai è dispersa. Peccato, Beppe. Peccato davvero. O forse l'hai fatta apposta, ricordandoti di quando due domeniche fa sul giro del Magra ebbi a dire "oh, alla crono appena vedo tirare Beppe mi fermo ad applaudire l'evento eccezionale"?
Il Meccanico e il Tesoriere faticosamente rientrano ma il primo, dopo un turno in testa si accorge che il suo attacco alla pedivella è praticamente distrutto; il secondo, nonostante la striata, generosamente va a tirare quando è il suo turno nonostante necessitasse di recuperare, e impropriamente si ostina su rapportini da grimpeur. Basta poco per andare fuori giri.
Dopo 3 km di corsa la squadra è già ai minimi termini: nel treno 5 superstiti scoraggiati, il numero minimo per arrivare al traguardo. Ma allo scoramento iniziale subentra la determinazione. Dal Pontile di Marina di Massa in poi cambi regolari per oltre 25 km: Cagna Magra-Volpe (col fido Gatto a bordo strada a tifare!)-Ottico-Presidente-Tampo-Cagna Magra-Volpe-Ottico-Presidente e via andare. In quest'ordine la squadra con dignità scende fino a Marina di Pietrasanta e risale verso il Forte. Lo straniero Tampo fa gli straordinari: tirata doppia per lui, e costante progressione della velocità. Sarà merito soprattutto suo se in cinque alla fine si riesce in una media di 42.99 km/h. Ma anche gli altri non sono da meno: il Presidente eroicamente non salta un cambio nonostante 600 km all'attivo, la Volpe stringe i denti sulla sua bici in versione Sbirulino, l'Ottico a tenere alta l'andatura, la Cagna Magra a compiacersi di riuscire a fare la sua parte nonostante il baccalà a cui non ha potuto dire di no la sera prima.
Alla fine ci piazziamo 124 esimi su 168 squadre, 41'55" , a 7'10" dai vincitori, la selezione nazionale dei Vigili del Fuoco. Bravi bravi bravi. Senza l'inizio fantozziano sarebbe andata molto meglio, ma va già bene così. A qualche lunigianese più titolato è andata peggio...
C'è chi rientra a casa subito, non senza avere pronunciato la fatidica frase "l'anno prossimo però..." e chi si ferma ancora a dare una sbirciatina alle attrazioni del fuori gara. Ed è in quel frangente che l'Alta Lunigiana '04 fa il colpaccio che la ripaga di una giornata storta: l'acquisto del Tampo per la stagione 2010!!!
Il talento del Biseto lascia il Pontremoli Bike in cambio di una pancetta e una coppa prodotte dal sottoscritto, di tre vasi di miele prodotti da Giuseppe e di un telaio da bimbo per il piccolo Pietro offerto dallo sponsor tecnico. Come conguaglio il Pontremoli Bike riceverà due cotechini, l'intero pacco gara della cronosquadre (otto barrette, otto capellini e otto stick di sapone pulisci-catena) oltre che un corridore d'eccezione come Zumian.
Scambio alla pari! Intanto il Tampo si coccola la nostra maglia biancorosso-blue.
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venerdì 13 marzo 2009
Cronosquadre della Versilia: -2!
Ultimi preparativi per la cronosquadre della Versilia: l'UCD Alta Lunigiana sarà sulla rampa di partenza domenica mattina alle 10.11.
Il Commissario Tecnico della squadra (il sottoscritto) dopo avere per anni ammirato Martini (il Cardinale) è passato nelle ultime ore alla devozione verso Martini (Alfredo), il glorioso ct della nazionale per quasi vent'anni.
Alle prese con chi vuole andare piano, chi vuole andare forte, chi vorrebbe andare forte ma non ci riesce, i malanni fisici di mezza squadra (due atleti con fastidiosi problemi al soprasella, una schiena dolente, due gambine troppo sottili eccetera eccetera eccetera) ha messo in campo la migliore squadra possibile: confermata quella anticipata alcuni post fa, con il Tampo (straniero prestato dal Pontremoli Bike) al posto del genovese.
Per chi vuole ammirare le gesta degli eroici o semplicemente godere di una bella mattinata di ciclismo amatoriale, il percorso sarà Forte dei Marmi - Cinquale - Marina di Massa (via Istriana) - giro di boa - Marina di Pietrasanta - giro di boa - Forte dei Marmi, in parte sul lungomare, in parte sull'Aurelia.
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giovedì 12 marzo 2009
Dialogo e comunione
(Puoi leggere
"La remissione della scomunica ai quattro vescovi, consacrati nell'anno 1988 dall'arcivescovo Lefebvre senza mandato della Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all'interno e fuori della Chiesa cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata. Molti vescovi si sono sentiti perplessi davanti a un avvenimento verificatosi inaspettatamente e difficile da inquadrare positivamente nelle questioni e nei compiti della Chiesa di oggi.
Santità, umilmente, non si tratta di libertà male interpretata. Si tratta di essere per davvero Chiesa, nel senso più pieno del termine, quello di Ecclesia, assemblea. Un luogo dove ci si riunisce e si è Popolo di Dio, secondo la definizione che il Concilio Vaticano II ha dato, limitando quell'aspetto verticistico e quella separazione Gerarchia/laici che ha contraddistinto la Chiesa per secoli.
Essere Ecclesia significa confrontarsi. Nella comunione. Non si tratta di pretendere la democrazia. Semplicemente perchè la comunione è qualcosa di ben maggiore della democrazia. Non abbia paura del dialogo nella sua/nostra Chiesa, Santità. Non è una questione di "libertà mal interpretata": è col dialogo libero e col confronto senza veli che la Chiesa può crescere. Chi protesta, chi reclama la possibilità di dire la sua (ovviamente quando non si parla di dogmi), chi a volte contesta, non vuole mordere e divorare: vuole bene alla sua Chiesa,e ai suoi Vescovi. E naturalmente al suo Papa, che con un umiltà che sorprende e che lo eleva, ha ammesso di avere fatto tanti errori rispetto al caso Williamson-Lefevriani.
Non abbia paura del confronto dentro la nostra Chiesa, Santità.
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domenica 8 marzo 2009
E' passato quasi un mese
ENZO BIANCHI: SUL CASO ENGLARO “UNA GAZZARRA INDEGNA DELLO STILE CRISTIANO”
34874. TORINO-ADISTA. Ha esitato a lungo prima di intervenire; ha preferito aspettare “l’ora in cui fosse possibile dire una parola udibile”. Alla fine, però, Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose, ha deciso di rompere il silenzio sul caso di Eluana Englaro, o meglio sulla battaglia ideologica cui la sua triste vicenda ha dato vita nel nostro Paese. Con parole assai dure ha parlato - in un articolo pubblicato sulla Stampa il 15 febbraio - di uno “scontro incivile”, di una “gazzarra indegna dello stile cristiano”, di una “violenza verbale, e a volte addirittura fisica che strideva con la mia fede cristiana”. Facendo esplicitamente riferimento alle parole usate in quei giorni da alcune delle massime autorità cattoliche e dal quotidiano della Cei Avvenire, Bianchi ha scritto: “Non potevo ascoltare quelle grida - ‘assassini’, ‘boia’, ‘lasciatela a noi’... - senza pensare a Gesù che, quando gli portarono una donna gridando ‘adultera’, fece silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: ‘Donna, neppure io ti condanno: va’ e non peccare più’”.“Non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose”, ha proseguito Bianchi, “senza pensare a Gesù che in croce non urla ‘ladro, assassino!’ al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare?”.
È vero, ha sostenuto Bianchi, che la Chiesa deve “testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale, essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente”. Tanto più, ha aggiunto il priore di Bose, che nella tradizione molte volte i cristiani, di fronte al sopraggiungere della morte, “hanno deciso di pronunciare un ‘sì’ che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel faccia a faccia temuto e sperato. Quanti monaci, quante donne e uomini santi, di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’eucarestia, quanti hanno recitato il Nunc dimittis, il ‘lascia andare, o Signore, il tuo servo’ come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con colui che hanno tanto cercato...”. Tra questi, ha concluso Bianchi, anche l’esempio di Giovanni Paolo II, che ha “voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla chiamata di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al Signore”.
Del resto anche Paolo VI pronunciò parole di grande equilibro su questi argomenti. Bianchi ha ricordato infatti una lettera di papa Montini indirizzata ai medici cattolici nel 1970 in cui si sosteneva che il medico non è obbligato “a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso”, scriveva Paolo VI, “il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo”.
Infine il priore di Bose ha condannato fermamente “la strumentalizzazione” dell’agonia di una donna attuata da una politica “che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio - offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili - e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere”; da “una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile”.
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giovedì 5 marzo 2009
Panigacci e testaroli: importante saperli distinguere
Sempre più spesso mi capita di dovere spiegare ai non lunigianesi che incontro in giro la differenza fondamentale tra i panigacci e i testaroli.Link a questo post Etichette: dentro alla bisaccia
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mercoledì 4 marzo 2009
Cronosquadre della Versilia: ricomincia la stagione!
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martedì 3 marzo 2009
Quaresima
Da La Stampa di oggi 3 marzo 2009
Per il Venerdì Santo il Centro di animazione e formazione missionaria della diocesi di Modena suggerisce ai fedeli un nuovo tipo di astinenza: quello dagli sms dei telefonini. La mia generazione, cresciuta in un’epoca ancora di cristianità, era educata umanamente e cristianamente a «fare sacrifici». Si era invitati sovente, soprattutto dalla Chiesa, a privarsi di qualcosa, a sacrificare qualcosa, a «fare fioretti», come si diceva. Negli anni del dopoguerra, in cui molti vivevano in condizione di fame e miseria, «fare sacrifici» non era per costoro un’opzione, ma semplicemente la condizione toccata loro in sorte. Ma quell’invito ossessionante alla privazione, sovente svuotato di ogni motivazione e slegato dalla possibilità di vederne i frutti, creò di fatto una reazione di rigetto: nessuno volle più sentir parlare di sacrifici, né tanto meno continuare a farli, soprattutto nell’ora del boom economico. La Chiesa in Occidente, così precisa nel prescrivere astinenza dalle carni e digiuni - al venerdì, durante la quaresima ma anche alla vigilia delle grandi feste - si adeguò ai nuovi tempi, così che oggi il digiuno è rimasto come precetto per i cattolici solo per l’inizio della Quaresima - il Mercoledì delle Ceneri - e per la sua fine, il Venerdì Santo, giorno della memoria della passione e morte di Gesù Cristo. Sì, la mia generazione è di fatto responsabile della mancata trasmissione alle nuove generazioni del valore del sacrificio. Ora, se non siamo capaci di comunicare la serietà del valore del sacrificio, ci ritroveremo con nuove generazioni incapaci di intravedere un orizzonte di bene comune e di speranza, vedremo rarefarsi gli uomini e le donne pronti a dedicare tempo, mezzi, energie, beni per una maggiore umanizzazione, per la crescita di una convivenza pacifica, per l’affermarsi di valori e principi degni dell’uomo. Mancanza grave, in verità, perché il sacrificio è una cosa seria: è il privarsi di un bene, l’astenersi da una possibilità in vista di un bene più grande. Spendere le proprie energie, fino al gesto estremo di sacrificare la vita stessa è possibile e doveroso se con quel sacrificio si ottiene giustizia, pace, libertà. Non dimentichiamo, ad esempio, che se noi oggi godiamo della libertà e della democrazia è grazie a quanti hanno sacrificato la propria vita per conquistarle e difenderle.
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