sabato 28 marzo 2009

Silvio c'è


Quello che ieri Silvio avrebbe voluto dire ma non ha detto (perchè se quegli altri aprono gli occhi la festa è finita).

Se oggi siamo qui è soprattutto merito di Massimo, Walter e Francesco!
(applausi scroscianti e duraturi).
Nel 1995, terminata la prima esperienza di governo, al nostro progetto politico, dentro al mio partito, non ci credeva più nessuno, come ha svelato in settimana Marcello al Corriere. Forse non ci credevo più neanch'io, ma ripresi morale quando Massimo mi invitò, quell'estate, al congresso del suo partito - io non ho mai contraccambiato - dando a me lo stesso spazio che diede a Romano il giorno dopo.
Già, Romano. Cribbio!
(bordate di fischi, ringhio di pittbul, diverse delegate con la bava alla bocca)
Quel cattocomunista dossettiano che a metà 1998 mi aveva praticamente steso al tappeto con quel suo fare paziente e sottotraccia, quasi da sembrare addormentato: aveva conquistato l'euro mentre noi uscivamo dall'aula, la prospettiva di una legge sul conflitto di interessi era concreta. Io ero spacciato. Ci pensò nuovamente Massimo a togliermi dalle sabbie mobili, con la Bicamerale e con il patto che fece con Franco per cacciare Romano. Grazie Massimo. (diffusi sghignazzamenti nel parterre)
A sua volta il tenero Walter, che litigava con Massimo da quando ai tempi dei Pionieri il secondo rubò al primo un lecca lecca cubano, pochi mesi dopo fece lo sgambetto a Massimo e Franco accordandosi con me per portare Carlo Azeglio al Colle invece della Rosetta. Ne nacque una faida sanguinosa di cui approfittai per riallacciare i contatti con Umberto, il leader di una forza xenofoba contro la quale in tutta Europa abitualmente si fanno i governi di unità nazionale, i "cordoni sanitari". Io potei riprenderlo con me tranquillamente: del resto nel 1995 Massimo definì Umberto "una costola della sinistra". Grazie anche di questo, Massimo.
E rivinsi le elezioni.
(standing ovation dell'assemblea)
Raul Bova stava ultimando il suo ultimo film e contro la sua controfigura, Francesco, vinsi facile.
(urla di un delegato: "pè non parlare de su' moglie pariolina"; risate)
E governai per 5 anni. In quel periodo le uniche noie consistenti le ebbi con i girotondi e i no global. L'opposizione parlamentare ci faceva il solletico. Ma a tagliare le gambe a questi fastidiosi oppositori che manifestavano in massa, ci pensarono, dal centro alla periferia, le truppe di Massimo: "la politica si fa nei partiti", gli disse, mentre il suo Piero stava con i pacifisti ma anche con Blair, con i manganellati di Genova ma anche con i manganelli (ripetute interruzioni in sala: "gliene dovevano dare di più"; "dovevano farli fuori tutti"), con la CGIL ma anche con la Confindustria (Renato e Maurizio strabuzzano gli occhi al solo sentire la sigla sindacale), per la laicità ma anche per il Vaticano.
Ma poi tornò quel maledettissimo pretonzolo bolognese. (scene isteriche da parte di alcuni delegati veneti; lancio di borsette Prada; urla belluine in tutta la sala) E perdetti nuovamente. Allo sprint, ma perdetti. Per la verità qualcuno disse e scrisse che il mio recupero finale (meno possente solo di quello di Cavendish alla Sanremo di sabato scorso) fu dovuto a delle pratiche dopanti sulle quali nessuno volle mai fare le analisi... ma sorvoliamo. Del resto quella notte sorvolarono anche loro, no?
Il maledetto pretonzolo nonostante gli agguati che gli tese Francesco per un anno, nonostante i due partiti più grandi della sua coalizione perennemente in tensione, nonostante Clemente che mi strizzava l'occhio, nonostante don Camillo e don Joseph gliene combinassero una tutti i giorni, nonostante una sinistra incapace di fare politica, resisteva. Resisteva e andava avanti. Un vero mulo. Un cocciutissimo mulo. Le mie spallate non servivano a nulla: si permise pure di fare approvare la Finanziaria in Senato senza la fiducia. Nonostante 5 televisioni e 8 giornali (più i giornalisti amici di Massimo) a coltivare una quotidiana campagna di odio umano verso Romano e i suoi collaboratori Vincenzo e Tommaso.
(scene di autolesionismo ad opera di alcune delegate appena sentiti i due nomi; pronto intervento delle squadre sanitarie)
Ero perso, ancora una volta. Pierferdinando? andava per conto suo. Gianfranco mi disse "siamo alle comiche finali" e pure "adesso tiriamo fuori il conflitto di interessi".
(brusio imbarazzato dei delegati ex-AN)
E ci fu pure la frittata di quell'avvocato inglese... Per cercare di rimanere a galla non mi rimaneva che andare a Canossa, con i piedi nudi e l'atteggiamento contrito.
Ad accogliermi fu Walter: inaspettatamente mi accordò una nuova legge elettorale e disse pure ai suoi che alle elezioni successive sarebbe andato da solo. La situazione cambiò in un attimo e la mia carriera politica resuscitò. Mentre Walter si genufletteva soddisfatto di fronte a chi denunciava i mali della città di cui era sindaco (gli stessi che un anno dopo a Gianni, suo successore, si dimenticarono di fare le stesse denunce), mentre rinnegava Romano e sbagliava una mossa elettorale dietro l'altra, io ricucivo la mia tela e stravincevo le elezioni.
Ora sto governando da quasi un anno, opposizione in giro non se ne vede, e vado tranquillo: vinco in Sardegna, in Abruzzo, ovunque, e tengo tutti sotto scacco.
(applausi crescenti)
Signori, se oggi siamo qui, 15 anni dopo, a formare un nuovo partito, è tutto merito loro.
(appalusi crescenti, standing ovation)
Grazie Massimo!
Grazie Walter!
Grazie Francesco!
(applausi crescenti, standing ovation, edizione straordinaria del TG1 con i due inviati palesemente emozionati)

martedì 24 marzo 2009

A proposito di romeni

Insuperabile Gramellini, da La Stampa di questa mattina

Ma che Racz
Si chiama Karol Racz, detto Faccia da Pugile perché ha la faccia da pugile: brutta sporca e cattiva. È in Italia per fare il pasticciere e abita in un campo nomadi vicino a Roma. Un giorno arriva la polizia e lo chiude in una stanza buia con le sbarre alle finestre. Gli parlano italiano, ma lui non capisce l’italiano. Allora gli parlano romeno, ma lui non capisce il romeno. Capisce solo il dialetto della Transilvania, come Dracula, ma lui giura che non ha mai morso nessuna donna che non fosse d’accordo. Lo accusano di averne morse addirittura due: una ragazza al parco della Caffarella, una signora al quartiere Primavalle. La tv mette la sua faccia dappertutto. I giornali scrivono che lui è un «mostro» e i poliziotti degli «instancabili segugi». La signora di Primavalle lo va a vedere in galera e sviene. È lui è lui, dice. Poi ci ripensa: ma forse no. Allora gli fanno l’esame del Dna. Il risultato è che non ha morso né la ragazza né la signora. Però magari ha guardato chi le mordeva, pensa la polizia. E lo tiene dentro per 35 giorni. Trentacinque giorni tiene dentro Karol Racz, cittadino dell’Europa Unita, incensurato. Poi due romeni confessano e lui passa dal carcere al salotto di Bruno Vespa, con tante scuse.

Il suo avvocato dice che adesso potrà chiedere i danni. Ma a chi? A giornali e tv che lo hanno condannato per la sua faccia? O agli «instancabili segugi» che hanno creduto alle false confessioni? Karol Racz ai danni preferirebbe di gran lunga un posto di lavoro. Pasticcieri, mettetelo alla prova: non morde.

domenica 22 marzo 2009

Cavendish da antologia



Onore a Mark Cavendish per il suo sprint da antologia del ciclismo ieri alla Milano-Sanremo. In questo video, dai numerosi replay si può gustare la consistenza della sua azione, la sua capacità di cogliere l'attimo, la sua completa autonomia da "treni" e amenità varie, mentre Bennati andava per farfalle sulla destra della sede stradale e Petacchi cercava Maria Chiara dietro le transenne con volto corrucciato.
Sentiremo a lungo parlare di lui. Del resto, uno che alla fine della corsa la prima persona che abbraccia è un tal Erik Zabel, non può non essere un campione.
Sul resto della corsa... stendiamo un velo pietoso. Attacanti radiolinizzati incapaci di mettere in moto la fantasia per scappare al predominio degli sprinter...

mercoledì 18 marzo 2009

Collage sulla paura


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lunedì 16 marzo 2009

Cronosquadre the day after

Ebbene sì, la nostra partecipazione ha avuto risvolti fantozziani ma la squadra ha fatto la sua bella figura ugualmente.
Che gli auspici non fossero dei migliori lo si sarebbe dovuto capire dal giorno della vigilia, quando il direttore sportivo incaricato di guidare l'ammiraglia è stato colto da improvvisi quanto profetici disturbi intestinali. Ma il segnale non è stato capito. Nemmeno il secondo segnale che gli dei del ciclismo hanno mandato in Lunigiana è stato colto fino in fondo: il cittì Martini alias la Cagna Magra recandosi a Forte dei Marmi al ritiro dei pacchi gara pestava una gigantesca cacca canina che si spalmava nel carro armato delle scarpe profumando l'abitacolo nel breve viaggio di ritorno a casa. E così, incapaci di scrutare i segni del destino, i nostri prodi sono sbarcati sereni e paciosi in una Versilia in cui prima ancora di essere rapiti dal clima del pre-gara, erano calamitati dai diversivi che solo Forte dei Marmi sa offrire in quantità, nonostante la corsa che probabilmente aveva allontanato un buon numero di turiste...
Dopo il solito e penoso show della vestizione in strada e il riscaldamento ovviamente a ranghi sparsi, gli otto moschettieri salgono in pedana senza avere ancora deciso una vera tattica di gara. Ecco così la scelta scellerata di piazzare in prima linea i 4 più in forma e (errore!) solo dietro i quattro in condizioni più precarie.
Alle 10.11.30" si parte!
Tutti giù dalla pedana e nel giro di 500 metri tutti i peggiori presagi manifestatisi il sabato si concretizzano: Giuseppe si accorge troppo tardi di essere partito con il 39 e nella concitazione il deragliatore non ne vuole sapere di salire sul 53. Il Tesoriere - chiaramente striato da Zumian che la domenica precedente gli aveva profetizzato le difficoltà che avrebbe incontrato nello stare nel "treno" - sceglie deliberatamente di partire con il 34. Il Meccanico (sì, il meccanico!!!) rompe l'attacco dello scarpino cambiato tre giorni prima: è evidente che sommando questo ad altri episodi, il Meccanico fa curare la sua bici alla persona sbagliata. Al traguardo dirà sconsolato "Mì, oh belo, adè ti dico una cosa: da domani la bici la porto a XXXXXX. Lui sì che sicuramente sa lavorare".
Poco importa che invece la bici della Cagna Magra, revisionata dallo stesso meccanico, fili e cambi che è una meraviglia. Poco importa: quando i colpi di clacson dell'ammiraglia richiamano l'attenzione della testa del treno, ai cinque che si girano non rimane che vedere controluce tre ombre che mulinano ingobbite cercando di rientrare. L'ultima, laggiù in fondo, oramai è dispersa. Peccato, Beppe. Peccato davvero. O forse l'hai fatta apposta, ricordandoti di quando due domeniche fa sul giro del Magra ebbi a dire "oh, alla crono appena vedo tirare Beppe mi fermo ad applaudire l'evento eccezionale"?
Il Meccanico e il Tesoriere faticosamente rientrano ma il primo, dopo un turno in testa si accorge che il suo attacco alla pedivella è praticamente distrutto; il secondo, nonostante la striata, generosamente va a tirare quando è il suo turno nonostante necessitasse di recuperare, e impropriamente si ostina su rapportini da grimpeur. Basta poco per andare fuori giri.
Dopo 3 km di corsa la squadra è già ai minimi termini: nel treno 5 superstiti scoraggiati, il numero minimo per arrivare al traguardo. Ma allo scoramento iniziale subentra la determinazione. Dal Pontile di Marina di Massa in poi cambi regolari per oltre 25 km: Cagna Magra-Volpe (col fido Gatto a bordo strada a tifare!)-Ottico-Presidente-Tampo-Cagna Magra-Volpe-Ottico-Presidente e via andare. In quest'ordine la squadra con dignità scende fino a Marina di Pietrasanta e risale verso il Forte. Lo straniero Tampo fa gli straordinari: tirata doppia per lui, e costante progressione della velocità. Sarà merito soprattutto suo se in cinque alla fine si riesce in una media di 42.99 km/h. Ma anche gli altri non sono da meno: il Presidente eroicamente non salta un cambio nonostante 600 km all'attivo, la Volpe stringe i denti sulla sua bici in versione Sbirulino, l'Ottico a tenere alta l'andatura, la Cagna Magra a compiacersi di riuscire a fare la sua parte nonostante il baccalà a cui non ha potuto dire di no la sera prima.
Alla fine ci piazziamo 124 esimi su 168 squadre, 41'55" , a 7'10" dai vincitori, la selezione nazionale dei Vigili del Fuoco. Bravi bravi bravi. Senza l'inizio fantozziano sarebbe andata molto meglio, ma va già bene così. A qualche lunigianese più titolato è andata peggio...
C'è chi rientra a casa subito, non senza avere pronunciato la fatidica frase "l'anno prossimo però..." e chi si ferma ancora a dare una sbirciatina alle attrazioni del fuori gara. Ed è in quel frangente che l'Alta Lunigiana '04 fa il colpaccio che la ripaga di una giornata storta: l'acquisto del Tampo per la stagione 2010!!!
Il talento del Biseto lascia il Pontremoli Bike in cambio di una pancetta e una coppa prodotte dal sottoscritto, di tre vasi di miele prodotti da Giuseppe e di un telaio da bimbo per il piccolo Pietro offerto dallo sponsor tecnico. Come conguaglio il Pontremoli Bike riceverà due cotechini, l'intero pacco gara della cronosquadre (otto barrette, otto capellini e otto stick di sapone pulisci-catena) oltre che un corridore d'eccezione come Zumian.
Scambio alla pari! Intanto il Tampo si coccola la nostra maglia biancorosso-blue.

venerdì 13 marzo 2009

Cronosquadre della Versilia: -2!

Ultimi preparativi per la cronosquadre della Versilia: l'UCD Alta Lunigiana sarà sulla rampa di partenza domenica mattina alle 10.11.
Il Commissario Tecnico della squadra (il sottoscritto) dopo avere per anni ammirato Martini (il Cardinale) è passato nelle ultime ore alla devozione verso Martini (Alfredo), il glorioso ct della nazionale per quasi vent'anni.
Alle prese con chi vuole andare piano, chi vuole andare forte, chi vorrebbe andare forte ma non ci riesce, i malanni fisici di mezza squadra (due atleti con fastidiosi problemi al soprasella, una schiena dolente, due gambine troppo sottili eccetera eccetera eccetera) ha messo in campo la migliore squadra possibile: confermata quella anticipata alcuni post fa, con il Tampo (straniero prestato dal Pontremoli Bike) al posto del genovese.
Per chi vuole ammirare le gesta degli eroici o semplicemente godere di una bella mattinata di ciclismo amatoriale, il percorso sarà Forte dei Marmi - Cinquale - Marina di Massa (via Istriana) - giro di boa - Marina di Pietrasanta - giro di boa - Forte dei Marmi, in parte sul lungomare, in parte sull'Aurelia.

giovedì 12 marzo 2009

Dialogo e comunione



Dalla lettera di Benedetto XVI ai vescovi cattolici per rispondere alle polemiche sulla ritirata scomunica ai Lefevriani.

(Puoi leggere cliccando qui il testo integrale della lettera)

"La remissione della scomunica ai quattro vescovi, consacrati nell'anno 1988 dall'arcivescovo Lefebvre senza mandato della Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all'interno e fuori della Chiesa cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata. Molti vescovi si sono sentiti perplessi davanti a un avvenimento verificatosi inaspettatamente e difficile da inquadrare positivamente nelle questioni e nei compiti della Chiesa di oggi.

Anche se molti vescovi e fedeli in linea di principio erano disposti a valutare in modo positivo la disposizione del papa alla riconciliazione, a ciò tuttavia si contrapponeva la questione circa la convenienza di un simile gesto a fronte delle vere urgenze di una vita di fede nel nostro tempo. Alcuni gruppi, invece, accusavano apertamente il papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio [Vaticano II]: si scatenava cosi una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento.
(...) Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco.
(...) Cari confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel seminario romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Galati 5, 13-15. Ho notato con sorpresa l'immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: "Che la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!".

Sono stato sempre incline a considerare questa [ultima] frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche cosi. Ma purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l'uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l'amore?"

****

Santità, umilmente, non si tratta di libertà male interpretata. Si tratta di essere per davvero Chiesa, nel senso più pieno del termine, quello di Ecclesia, assemblea. Un luogo dove ci si riunisce e si è Popolo di Dio, secondo la definizione che il Concilio Vaticano II ha dato, limitando quell'aspetto verticistico e quella separazione Gerarchia/laici che ha contraddistinto la Chiesa per secoli.


Essere Ecclesia significa confrontarsi. Nella comunione. Non si tratta di pretendere la democrazia. Semplicemente perchè la comunione è qualcosa di ben maggiore della democrazia. Non abbia paura del dialogo nella sua/nostra Chiesa, Santità. Non è una questione di "libertà mal interpretata": è col dialogo libero e col confronto senza veli che la Chiesa può crescere. Chi protesta, chi reclama la possibilità di dire la sua (ovviamente quando non si parla di dogmi), chi a volte contesta, non vuole mordere e divorare: vuole bene alla sua Chiesa,e ai suoi Vescovi. E naturalmente al suo Papa, che con un umiltà che sorprende e che lo eleva, ha ammesso di avere fatto tanti errori rispetto al caso Williamson-Lefevriani.


Non abbia paura del confronto dentro la nostra Chiesa, Santità.

domenica 8 marzo 2009

E' passato quasi un mese

ENZO BIANCHI: SUL CASO ENGLARO “UNA GAZZARRA INDEGNA DELLO STILE CRISTIANO”

34874. TORINO-ADISTA. Ha esitato a lungo prima di intervenire; ha preferito aspettare “l’ora in cui fosse possibile dire una parola udibile”. Alla fine, però, Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose, ha deciso di rompere il silenzio sul caso di Eluana Englaro, o meglio sulla battaglia ideologica cui la sua triste vicenda ha dato vita nel nostro Paese. Con parole assai dure ha parlato - in un articolo pubblicato sulla Stampa il 15 febbraio - di uno “scontro incivile”, di una “gazzarra indegna dello stile cristiano”, di una “violenza verbale, e a volte addirittura fisica che strideva con la mia fede cristiana”. Facendo esplicitamente riferimento alle parole usate in quei giorni da alcune delle massime autorità cattoliche e dal quotidiano della Cei Avvenire, Bianchi ha scritto: “Non potevo ascoltare quelle grida - ‘assassini’, ‘boia’, ‘lasciatela a noi’... - senza pensare a Gesù che, quando gli portarono una donna gridando ‘adultera’, fece silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: ‘Donna, neppure io ti condanno: va’ e non peccare più’”.“Non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose”, ha proseguito Bianchi, “senza pensare a Gesù che in croce non urla ‘ladro, assassino!’ al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare?”.
È vero, ha sostenuto Bianchi, che la Chiesa deve “testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale, essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente”. Tanto più, ha aggiunto il priore di Bose, che nella tradizione molte volte i cristiani, di fronte al sopraggiungere della morte, “hanno deciso di pronunciare un ‘sì’ che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel faccia a faccia temuto e sperato. Quanti monaci, quante donne e uomini santi, di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’eucarestia, quanti hanno recitato il Nunc dimittis, il ‘lascia andare, o Signore, il tuo servo’ come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con colui che hanno tanto cercato...”. Tra questi, ha concluso Bianchi, anche l’esempio di Giovanni Paolo II, che ha “voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla chiamata di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al Signore”.
Del resto anche Paolo VI pronunciò parole di grande equilibro su questi argomenti. Bianchi ha ricordato infatti una lettera di papa Montini indirizzata ai medici cattolici nel 1970 in cui si sosteneva che il medico non è obbligato “a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso”, scriveva Paolo VI, “il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo”.
Infine il priore di Bose ha condannato fermamente “la strumentalizzazione” dell’agonia di una donna attuata da una politica “che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio - offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili - e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere”; da “una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile”.

giovedì 5 marzo 2009

Panigacci e testaroli: importante saperli distinguere


Sempre più spesso mi capita di dovere spiegare ai non lunigianesi che incontro in giro la differenza fondamentale tra i panigacci e i testaroli.
Dare queste spiegazioni è particolarmente noioso in quel di Parma. Per loro tutto ciò che sta oltre Borgotaro è "Pontremoli" ed è "montagna". Con buona pace del fondovalle, del mare vicino, del clima diverso. E con buona pace dell'oceano di cose che divide Pontremoli da, per esempio, Aulla o Carrara. Logico per chi denomina "Pontremoli" tutto ciò che c'è dalla Cisa fino al Cinquale (dopo no: dopo c'è "il Fovte", dove i pramsan-chic vanno in vacanza e allora sì che si fanno le distinzioni!), logico per tutti questi, dicevo, non fare nemmeno troppe distinzioni in cucina.
Allora precisiamo.
Primo. I testaroli si fanno a Pontremoli. I panigacci si fanno a Podenzana, al limite ad Aulla. Basterebbe fermarsi qui che abbiamo già detto tutto. Almeno per i lunigianesi. Per gli altri servono altre spiegazioni. Del tipo: se andate in Val di Vara o valli confluenti (Graveglia, Durasca) o se andate nello spezzino e al ristorante c'è la lavagnetta con scritto "testaroli-panigacci", beh assomiglieranno ben poco ai testaroli. Forse ai panigacci, ma non ai testaroli. E comunque non sono testaroli pontremolesi.
Secondo. I testaroli si cuociono e si mangiano al pesto e formaggio pecorino, o al limite all'olio. I panigacci si mangiano asciutti con i salumi. Che poi negli ultimi anni abbiano preso a cuocerli per rendere la degustazione meno noiosa, è un altro paio di maniche. Senz'altro non si mangiano testaroli asciutti con salumi, come qualcuno direbbe di avere fatto (ohibò!), così come non si condiscono i testaroli con il sugo di funghi ("tanto un condimento vale l'altro". E allora metti la marmellata sulla pasta). Men che meno si chiude la testarolata con il testarolo alla Nutella, come si fa con il panigaccio, che dunque è più simile ad una focaccetta o ad una tigella che al testarolo.
Terzo. Il testarolo viene prodotto nei testi di ghisa ed è sottilissimo, il panigaccio viene cotto in formelle arroventate di terracotta sovrapposte l'una all'altra. Benchè l'impasto sia pressochè lo stesso (più denso quello del panigaccio) la differenza sta anche in questo. Inoltre, il testarolo si lascia raffreddare e viene successivamente bollito, anche giorni dopo. Il panigaccio dopo quindici minuti dalla cottura è già abbastanza indigesto e rinsecchito. Buono appunto per una eventuale bollitura, che non è il suo modo di "elezione" di cuocerlo, ma una valida alternativa per riutilizzarlo.
Questo per la precisione. Poi de gustibus non est disputandum e quindi buon appettito a tutti. Facendo attenzione a non fare di ogni erba un fascio, o meglio, di ogni impasto un cibo!

mercoledì 4 marzo 2009

Cronosquadre della Versilia: ricomincia la stagione!


Una rondine non fa primavera, recita un vecchio adagio. Ma il mese di marzo rappresenta comunque per tutti i ciclisti il ricominciare la stagione. Anche per chi non ha mai mollato "il ferro" in garage, anche per chi addirittura il 17 gennaio ha corso la prima gara stagionale.

Insomma, le giornata si allungano - presto arriverà la benedetta ora legale -, il tepore del sole si fa più convincente e a bordo strada sulle piante spuntano i primi germogli. Tutto secondo copione. Good sign. Anche quest'anno arriva la primavera!

Tra un dicembre con troppe cose a cui pensare, un gennaio fradicio passato sui rulli (ben piazzati in saletta e clamorosamente accettati da chi - pensavo io - li avrebbe buttati giù in strada alla prima occasione) e un febbraio a fare agilità lungo il Taro e potenziamento a Maiatico, arrivo all'esordio stagionale con 1.300 km (meno dello scorso anno, ma conto di non ripetere le 3 soste antibiotici del 2008) ma ottime sensazioni di forma, confermate dai Giri di Magra "a tutta" con il gruppone le scorse domeniche.

L'esordio quest'anno sarà un pò sui generis. Si parte con una cronometro a squadre, la Cronometro della Versilia di Forte dei Marmi, il prossimo 15 marzo. Trasformatomi in C.t. della nazionale e lavorandomi per settimane i caratteri più fragili (in ogni nazionale che si rispetti c'è un Bugno ombroso o un Moser scornato che però ti risolvono la situazione quando meno te lo aspetti) ho infine selezionato gli 8 magnifici rappresentanti dell'UCD Alta Lunigiana '04.
La squadra bianco-rosso-blu scenderà in strada sul Lungomare del Forte con un treno d'eccezione: il Meccanico, l'ottico Ottavio Crepaldi, la Cagna Magra (eccomi!), il Presidente (allenati!), il Tesoriere (va come un treno e quello là non voleva dargli il certificato!), il Genovese, il Baffetto (meraviglioso! Vedi Giuseppe tirare e poi muori, vista l'eccezionalità dell'evento) e la Volpe (orfana del Gatto, afflitto dal mal di schiena).

Sull'ammiraglia, alle nostre spalle, il Segretario con furgone sponsorizzato pronto a investire chiunque non tenga le ruote dei primi.


martedì 3 marzo 2009

Quaresima

Da La Stampa di oggi 3 marzo 2009


Senza sms e tv, le nuove penitenze

di ENZO BIANCHI

Per il Venerdì Santo il Centro di animazione e formazione missionaria della diocesi di Modena suggerisce ai fedeli un nuovo tipo di astinenza: quello dagli sms dei telefonini. La mia generazione, cresciuta in un’epoca ancora di cristianità, era educata umanamente e cristianamente a «fare sacrifici». Si era invitati sovente, soprattutto dalla Chiesa, a privarsi di qualcosa, a sacrificare qualcosa, a «fare fioretti», come si diceva. Negli anni del dopoguerra, in cui molti vivevano in condizione di fame e miseria, «fare sacrifici» non era per costoro un’opzione, ma semplicemente la condizione toccata loro in sorte. Ma quell’invito ossessionante alla privazione, sovente svuotato di ogni motivazione e slegato dalla possibilità di vederne i frutti, creò di fatto una reazione di rigetto: nessuno volle più sentir parlare di sacrifici, né tanto meno continuare a farli, soprattutto nell’ora del boom economico. La Chiesa in Occidente, così precisa nel prescrivere astinenza dalle carni e digiuni - al venerdì, durante la quaresima ma anche alla vigilia delle grandi feste - si adeguò ai nuovi tempi, così che oggi il digiuno è rimasto come precetto per i cattolici solo per l’inizio della Quaresima - il Mercoledì delle Ceneri - e per la sua fine, il Venerdì Santo, giorno della memoria della passione e morte di Gesù Cristo. Sì, la mia generazione è di fatto responsabile della mancata trasmissione alle nuove generazioni del valore del sacrificio. Ora, se non siamo capaci di comunicare la serietà del valore del sacrificio, ci ritroveremo con nuove generazioni incapaci di intravedere un orizzonte di bene comune e di speranza, vedremo rarefarsi gli uomini e le donne pronti a dedicare tempo, mezzi, energie, beni per una maggiore umanizzazione, per la crescita di una convivenza pacifica, per l’affermarsi di valori e principi degni dell’uomo. Mancanza grave, in verità, perché il sacrificio è una cosa seria: è il privarsi di un bene, l’astenersi da una possibilità in vista di un bene più grande. Spendere le proprie energie, fino al gesto estremo di sacrificare la vita stessa è possibile e doveroso se con quel sacrificio si ottiene giustizia, pace, libertà. Non dimentichiamo, ad esempio, che se noi oggi godiamo della libertà e della democrazia è grazie a quanti hanno sacrificato la propria vita per conquistarle e difenderle.
Il significato del digiuno
Così, quando la Chiesa chiede di digiunare il Venerdì Santo non lo fa per alimentare una sterile «mortificazione», ma perché sa che il rapporto che ogni essere umano ha con il cibo è qualcosa di decisivo, sa che l’oralità va disciplinata, che la voracità favorisce l’aggressività e il narcisistico soddisfacimento dei proprio istinti. È opera di umanizzazione far sì che l’istinto - che ci accomuna alle bestie - sia trasfigurato in desiderio, in un anelito che tiene conto degli altri ed è consapevole dell’esigenza della condivisione di quanto ci fa vivere, a cominciare dal pane e dal cibo. Occorrerebbe far capire questo significato profondo del digiuno in un’epoca in cui si è perso il senso stesso del mangiare come atto di comunione, di condivisione. Si capirebbe così anche la dimensione sociale del digiuno, rimarcata con forza già dai profeti: «Questo è il digiuno che voglio, dice il Signore: sciogliere le catene inique, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo... dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo...» (Isaia 58,6-7).
Solidarietà con chi soffre
Quando oggi si viene invitati all’astinenza, sarebbe bene viverla anche da tante realtà che ci condizionano e che ci distraggono dal vedere il bisogno dell’altro e dalla solidarietà con chi soffre: perché non pensare a un sano digiuno dal troppo parlare, dalla dissipazione del non fermarsi mai a pensare, dall’invadenza pervasiva della televisione, magari anche dall’ottundimento del comunicare il nulla con una miriade di messaggini - come suggerito un po’ sbrigativamente da qualche ufficio di pastorale giovanile... Certo, chi fa inviti in questo senso deve anche saper motivare i sacrifici richiesti, deve farne emergere le ricadute positive su chi li vive e sugli altri, altrimenti si ottiene ancora una volta l’effetto contrario: si dissolve il significato autentico del sacrificio banalizzandolo a una pratica estemporanea e curiosa.
Il vissuto comunitario
Non si dimentichi infine che quando la Chiesa chiede il digiuno in determinati giorni, invita i cristiani a viverlo simultaneamente e tutti insieme, invita cioè ad assumere personalmente un sacrificio carico di un’oggettività che gli viene da un vissuto comunitario. Se ciascuno assecondasse le proprie bizzarrie e stravaganze nello scegliere il «sacrificio», sostituendo una prassi condivisa con quanto lui trova più facile o attraente, si ricadrebbe ancora una volta nella logica del «fai da te» che tanto danno sta procurando alla nostra società odierna e ai suoi valori un tempo condivisi.