martedì 14 luglio 2009

Se questo è un Cardinale "papabile"...


Da Adista on Line n. 79 del 18 luglio


“RISPETTATA LA COSTITUZIONE”: SI SCHIERA CON I GOLPISTI HONDUREGNI IL CARDINALE “PAPABILE”

35123. TEGUCIGALPA-ADISTA. A quanti, dentro e fuori l’America Latina, guardavano al card. Oscar Rodríguez Maradiaga come a un pastore dalla spiccata sensibilità sociale, rimpiangendo che la scelta dei cardinali dell’ultimo Conclave non fosse ricaduta su di lui (che era all’epoca uno dei “papabili”), devono essere apparse quanto meno sconcertanti le sue dichiarazioni in appoggio al governo golpista di Roberto Micheletti.
Dopo una settimana di silenzio (v. Adista n. 76/09), il 4 luglio, mentre l’Organizzazione degli Stati Americani (Oea) votava all’unanimità la sospensione dell’Honduras, l’arcivescovo di Tegucigalpa è infatti uscito allo scoperto leggendo un comunicato della Conferenza episcopale, dal titolo “Edificare a partire dalla crisi”, secondo cui “i tre poteri dello Stato, Esecutivo, Legislativo e Giudiziario, sono in vigore legalmente e democraticamente in base a quanto prescrive la Costituzione della Repubblica dell’Honduras”. Secondo la Conferenza episcopale, il presidente Manuel Zelaya, con la sua iniziativa di consultazione popolare sulla “quarta urna” (cioè sull’opportunità che alle elezioni del prossimo novembre per il rinnovo della presidenza, del congresso e delle autorità locali, si chiedesse al popolo di pronunciarsi anche sulla convocazione o meno di un’Assemblea Costituente), si sarebbe reso “responsabile dei delitti di attentato alla forma di governo, tradimento della Patria, abuso di autorità e usurpazione di funzioni”, motivo per cui, secondo quanto prevede la Costituzione, al momento della cattura “già non svolgeva più la funzione di presidente della Repubblica”.
I vescovi non risparmiano le critiche all’Oea, che, a loro giudizio, avrebbe dovuto prestare attenzione “a tutto quello che stava avvenendo al di fuori della legalità in Honduras e non soltanto a quanto accaduto a partire dal 28 giugno” (il giorno della cattura di Zelaya) e condannare “le minacce belliche” rivolte al Paese (l’accusa è al Venezuela e al Nicaragua). E di fronte alla comunità internazionale rivendicano il diritto di definire il proprio destino “senza pressioni unilaterali di alcun genere, ma nella ricerca di soluzioni che promuovano il bene di tutti”, e respingono “minacce o embarghi di qualsiasi tipo che fanno solo soffrire i più poveri”. “La situazione attuale – conclude il comunicato – può servirci per edificare e intraprendere un nuovo cammino”, come “un nuovo punto di partenza per il dialogo, il consenso e la riconciliazione”.

Il “consiglio d’amico” del cardinale
Conclusa la lettura del comunicato, l’arcivescovo ha poi rivolto “un appello all’amico José Manuel Zelaya”, chiedendogli di non venir meno ai tre comandamenti da lui stesso citati il giorno del suo insediamento - “non mentire, non rubare, non uccidere” - ed esortandolo a non rientrare in Honduras: “Un’azione precipitatosa, un ritorno nel Paese in questo momento, potrebbe scatenare un bagno di sangue: so che lei ama la vita, so che rispetta la vita, fino ad oggi non è morto un solo honduregno, per favore, ci pensi, perché dopo sarebbe troppo tardi” (come sia andata è noto a tutti: il governo de facto ha impedito l’atterraggio dell’aereo su cui viaggiava Zelaya, accompagnato dal presidente dell’Assemblea Generale dell’Onu Miguel d’Escoto, e persino di quello che trasportava i presidenti Kirchner e Correa, e l’esercito ha represso brutalmente la folla che voleva raggiungere l’aeroporto, uccidendo un manifestante).
Per quanto sconvolgente, il messaggio filogolpista della Chiesa - trasmesso ripetute volte alla radio e alla televisione - non giunge del tutto inatteso: la netta opposizione dei vescovi all’iniziativa della consultazione popolare - motivata dai timori, condivisi con l’oligarchia, sul presunto tentativo di Zelaya di introdurre la possibilità della rielezione (negata dall’attuale Carta costituzionale) - non faceva sperare qualcosa di molto diverso. Il giorno precedente al golpe, per esempio, il vescovo ausiliare di Tegucigalpa, mons. Darwin Andino, secondo quanto riportato dall’Aci Prensa, così dichiarava: “Quello che si è verificato in Venezuela sta succedendo in Honduras, è successo in Bolivia e in Ecuador. Io qui vedo in ogni cosa la mano del presidente venezuelano Hugo Chávez e il Paese non può essere consegnato al chavismo e a nessun’altro, perché vogliamo continuare ad essere liberi e indipendenti”.

Lo spauracchio della consultazione popolare
Durante il suo governo, Zelaya aveva emanato la Legge di Partecipazione Cittadina, che riconosce la possibilità di consultare i cittadini, in maniera non vincolante, su temi ritenuti di loro interesse. Non diversamente si presentava la consultazione che avrebbe dovuto tenersi il 28 giugno, per dare ai cittadini la possibilità di rispondere sì o no alla domanda: “Siete d’accordo che alle elezioni generali di novembre si installi una quarta urna in cui il popolo decida sulla convocazione di un’Assemblea Costituente?”. In ogni caso, però, poiché il mandato di Zelaya scade a gennaio, e l’eventuale convocazione di un’Assemblea Costituente incaricata di riformare la Costituzione del 1982 si sarebbe necessariamente svolta sotto il governo successivo, la tanto temuta permanenza al potere di Zelaya non avrebbe potuto in nessun modo realizzarsi. Ma, evidentemente, il solo tentativo di introdurre una qualche forma di democrazia partecipativa in un Paese saldamente controllato da appena 13 famiglie appare agli occhi dell’oligarchia – ed evidentemente della Chiesa – come “un attentato alla forma di governo”.
Questo dunque il reato commesso da Zelaya. Ed è questo reato che ha indotto Maradiaga, il cardinale che avrebbe potuto diventare papa, a legittimare il sequestro di un presidente da parte di militari incappucciati e armati fino ai denti, lo stato d’assedio e la sospensione delle garanzie costituzionali, la persecuzione di funzionari, dirigenti sociali, giornalisti, la repressione brutale dei manifestanti, gli arresti illegali, la chiusura di mezzi di comunicazione come la Radio Progreso dei gesuiti; la nomina come ministro consigliere di un noto assassino e torturatore degli anni ‘80, Billy Joya, riparato in Spagna nel 1996 per sfuggire ad un ordine di cattura emesso nel 1995 da un giudice honduregno contro di lui ed altri membri degli squadroni della morte.

Un vescovo contro il golpe
Dal coro episcopale filogolpista un vescovo, tuttavia, si è dissociato: è mons. Luis Alfonso Santos, vescovo di Santa Rosa de Copán, che, in un Messaggio della diocesi, ripudia “la sostanza, la forma e lo stile con cui si è imposto al popolo un nuovo capo del Potere Esecutivo”, denunciando il “clima di insicurezza e di paura” scatenato dalla limitazione delle garanzie costituzionali, le detenzioni illegali, la repressione, le espulsioni. “Come Chiesa cattolica nell’occidente dell’Honduras - si legge nel Messaggio - vogliamo ricordare ai 124 deputati del Partito Liberale e del Partito Nazionale responsabili del colpo di Stato che non sono i padroni dell’Honduras e che nessuno può porsi al di sopra della legge. Devono ricordarsi di ricevere il loro salario da questo popolo che stanno opprimendo (…). Hanno preferito essere fedeli ai gruppi economicamente forti, nazionali e transnazionali. Speriamo che alle prossime elezioni il popolo li punisca”. (claudia fanti)

mercoledì 8 luglio 2009

Satira ciclistica

Segui su http://www.cicloweb.it/ il Tour de France. C'è anche tanto da ridere.

Questa la pagina satirica di stamattina. (clicca per ingrandire)




martedì 7 luglio 2009

Cainolandia

Riporto dalla lettera mensile di Ettore Masina

(...)
Un intero Paese, a maggioranza cattolica, almeno nei censimenti, si dà, attraverso il suo parlamento, una legge, intrinsecamente ma con ogni evidenza, anticristiana. Dal 2 luglio 2009 l’Italia potrebbe mutare nome e chiamarsi Cainolandia perché è la legge dell’odio quella che è stata approvata sotto il controllo governativo del voto di fiducia. Una vena di autentica crudeltà corre per i suoi articoli. Per farne qualche esempio. La puerpera clandestina la quale ricorra a una struttura pubblica sanitaria per partorire non potrà riconoscere anagraficamente il suo bambino (che potrà dunque esserle sottratto e dato in adozione, a questa ferocia neppure Hitler era arrivato!); l’entità delle multe che l’immigrato dovrebbe pagare è fuori dalle possibilità economiche di qualunque lavoratore “manuale”. Non devono arrivare nuovi stranieri e sarebbe bellissimo se anche gli altri se ne andassero o, nel caso rimanessero “ si decidessero a stare “al loro posto”.
Benvenuto in Cainolandia, presidente Obama figlio di un nero; benvenuto presidente Sarkozy, figlio di immigrato… Il Bel Paese è dal 2 luglio 2009 una terra il cui popolo dichiara per legge che un milione di persone deve andarsene immediatamente o rendersi invisibile: comprese, perché il delitto di “clandestinità” riguarda non solo l’immigrazione ma anche il soggiorno, quelle badanti e colf che oggi integrano la vita di tante famiglie. Criminali anche loro: e non conta che molte di loro e le loro datrici di lavoro stiano da tempo cercando una regolarizzazione. Criminali anche i profughi politici. Che c’entriamo noi, con le loro beghe? Se i clandestini non se ne andranno rapidamente (e dove? E come?), se i giudici, magari opportunamente stimolati da delatori in camicia verde, dispenseranno gran numero di condanne, le carceri del nostro paese, già in situazione di collasso, si trasformeranno rapidamente in lager. Così i centri di espulsione. Aumenterà il numero degli aborti. Si aprirà ben presto un conflitto tra le forze dell’ordine, alle quali il governo nega basilari finanziamenti e le ronde degli aspiranti sceriffi, desiderosi di provare i loro muscoli e le loro mazze da baseball sui nuovi sottouomini. (...)

Puoi leggere l'intera lettera nel sito www.ettoremasina.it

mercoledì 1 luglio 2009

Ci risiamo: il Nunzio Apostolico e l'ordine equestre

Domani è il 2 luglio, una data importante per Pontremoli perchè da quasi quattro secoli in questa giornata si rinnova il voto alla Madonna del Popolo (una bella statua in legno nero conservata e venerata nel Duomo cittadino costruito apposta in suo onore), cui nel XVII secolo fu attribuito il merito di avere debellato la città da una tremenda pestilenza.
Per i credenti di Pontremoli - residenti o emigrati - il giorno della Madonna del Popolo, assieme a quello del Santo Patrono (San Geminiano, 31 gennaio) è un giorno importante, certamente sotto il profilo religioso ma anche dal punto di vista "identitario". Perchè è in queste occasioni, nella processione di domani sera, nel tradizionale concerto bandistico, nella sfilata delle confraternite, che si riassume un modo (non immune da difetti, per carità) di essere comunità, di sentirsi parte e storia di un luogo, di rimarcare le proprie radici e le proprie tradizioni.
Per questo domani torneranno molti emigranti e molti pendolari prenderanno una giornata o mezza giornata di ferie. Anch'io domani sarò a Pontremoli, così come sempre in passato, anche quando questo comportò un volo aereo andata e ritorno in poco più di 24 ore. Assisterò alla messa, incontrerò vecchi amici, vestirò i colori della Confraternita del S.S. Sacramento.
Fin qui la storia. Poi c'è l'attualità, e veniamo alle note dolenti.
Leggo sul Corriere Apuano il programma della manifestazione e scopro con enorme disappunto che anche quest'anno c'è un "ospite d'onore", il Nunzio Apostolico in Italia, in parole povere il vescovo (non so se è anche Cardinale) che fa da ambasciatore del Papa in Italia (per inciso: Ma il Papa ha un ambasciatore nel paese di cui è Vescovo della capitale e primate di tutti i vescovi? Mah...).
Da una quindicina d'anni per volere di qualcuno e nel disappunto o nell'indifferenza di molti è iniziata l'usanza di invitare ospiti ai principali appuntamenti religiosi di Pontremoli. Niente di male nell'intenzione. Anche se secondo me la presenza del Vescovo titolare basta e avanza a nobilitare una festa che di per sè fonda la sua solennità soprattutto sulla devozione popolare (quella più sana, si intende). Ma chi sono questi ospiti? Semplici predicatori particolarmente ispirati o profetici? No. Vescovi di diocesi vicine? Raramente. Vescovi o Arcivescovi di grandi diocesi in grado di testimoniare l'esperienza di fede delle loro comunità, abitualmente più "avanti" delle piccole realtà di periferia? Mai. Gli ospiti sono sempre Nunzi Apostolici e Cardinali della Curia Romana.
Niente da dire sulla loro persona e sulla loro fede, ma senz'altro sono persone che poco di specifico hanno da dire ad una piccola comunità di provincia come quella pontremolese, se non qualche concetto astratto e buono per qualsiasi occasione. Per qualcuno la loro presenza "manifesta la nostra appartenenza alla Chiesa universale". Che secondo me, a norma di Concilio, si manifesta anche solo con il Vescovo Titolare. Per qualcun'altro, danno maggiore solennità alla giornata: ed è forse per questo che obbligano questi ospiti d'eccezione ad indossare il mantello con un lungo strascico sostenuto da due poveri seminaristi: un mantello indossato ai tempi in cui i Vescovi andavano a cavallo e lo strascico serviva per coprire il deretano dell'equino, ma che nè alla Curia Romana nè altrove più nessuno usa, da secoli. "I fedeli se lo aspettano" fu detto in un'occasione ad un Nunzio proveniente da un paese poverissimo e che per questo cercava di rifiutare questo simbolo di potere e sfarzo anacronistico.
In realtà i fedeli sghignazzano quando vedono questa scena di altri tempi. Così come perplessi, i soliti fedeli, assistono ogni anno alla "calata", sempre più copiosa di ordini equestri, nobiltà cattoliche e cavalieri vari (che poco hanno avuto a che fare con Pontremoli, se non in tempi remotissimi) cui vengono riservati posti d'onore, prime file, attenzioni particolari. I quali, al termine della parata, tornano da dove sono venuti. Questo mentre per il resto dell'anno tanti fedeli, silenziosamente e senza cercare clamori, prime file o onoreficenze, si dedicano alla carità, al catechismo, alla preghiera, all'apostolato; appassionatamente, disinteressatamente, qualche volta ingoiando bocconi amari. Per amore della loro Chiesa.
Tutto questo avviene mentre il tessuto religioso e civile di Pontremoli si sfalda e mostra tutti i segni della sua stanchezza. Chiese ancora abbastanza piene, ma non di giovani, completamente disinteressati (o da nessuno interessati) ad un cammino di crescita, prassi sociali e comportamenti che stridono con i valori evangelici, stili di vita di fronte ai quali si fa finta di non vedere, ci si gira di là e si copre tutto con una bella coltre di perbenismo benpensante. E ancora: vocazioni zero, incapacità di essere in qualche modo voce (e non lobby) sul territorio, assenza di un laicato seriamente formato.
Un bel Cardinale di Curia e qualche ordine equestre sono la ricetta giusta per coprire e non vedere queste e altre magagne. Solennità, sfarzo e pompa magna usati allo stesso modo in cui certe vecchie signore, con risultati grotteschi, usano trucco e abiti di pregio per nascondere un'avanzata età che c'è e non si può nascondere. Ri-tradotto in termini ecclesiali: tanto sfarzo, zero profezia.
Ma chi prova a dire queste cose, viene subito messo opportunamente a tacere. O volontariamente, quando capisce che aria tira, si accomoda da solo in un angolo della Chiesa, o qualche volta addirittura fuori.
Con il rispetto dovuto alla persona e alla figura del Nunzio Apostolico, domani alla "messa grande" io non ci sarò, preferendo onorare la Madonna del Popolo che porge il suo sguardo con particolare attenzione, secondo lo storico canto "sui vecchi, sui pargoli, sui poveri erranti" in una delle messe più semplici e senza porpore.

martedì 23 giugno 2009

Bello sforzo! Quando solidarizzare non costa niente


Ci risiamo. Dopo gli atti di solidarietà con i monaci buddisti della ex Birmania e i mille appelli a vestire di rosso per mostrare la vicinanza alla causa, oggi ecco decine di appelli, via mail, via internet, sui giornali, in tv, sull'immancabile Facebook (dove l'impegno costa un "click", mentre a Teheran costa la vita) a favore della "resistenza verde" dell'opposizione iraniana.

Ecco Lilli Gruber con una vistosissima collana verde (firmata da chi?). Ecco gli appelli alla nazionale di calcio. Ecco i braccialetti di gomma a un euro. Ecco tutto l'armamentario della retorica - soprattutto quella giovanile - in favore della resistenza di Teheran.

Per carità, qualsiasi forma di vicinanza a chi combatte nel mondo anche la più piccola ingiustizia, per quanto mi riguarda, è sacrosanta e ammirabile. Mi lascia perplesso però vedere, soprattutto a livello giovanile, gente che promuove certe forme di solidarietà quando questo alla fine non gli costa nulla. Solidarizzare vuole dire anche sacrificare qualcosa di se stessi (soldi, tempo, ambizioni, modi di essere e di pensare) per permettere l'avanzamento della causa per la quale si propende. Insomma, solidarizzare significa innanzitutto assumere uno stile di vita e di pensiero. Non mi pare che un braccialetto o una collanina verde che tra due settimane non ci si ricorda nemmeno più cosa rappresentino, o anche l'sms da un euro pro terremotati siano un modo concreto di solidarizzare come l'ho descritto.

In secondo luogo, mi lasciano perplesso, quando non critico, queste forme di solidarietà "usa e getta", dettate da un'onda emozionale, che ci coinvolgono soprattutto quando la solidarietà va ai lontani. Solidarizziamo con i monaci buddisti, con i giovani iraniani, con i tibetani, con tutti coloro il cui nemico è facilmente identificabile come il "cattivo" e che soprattutto distano dal nostro centro di gravità in maniera sufficiente da non doverci porre interrogativi o da non dovere sporcarci le mani. Solidarietà di massa quindi con chi resiste ad una dittatura politica, solidarietà "di nicchia", di poche persone, silenziosa, con chi resiste allo strapotere di una multinazionale (magari italiana, magari produttrice di capi di abbigliamento di uso comune), o con chi resiste ad un'economia che per renderci ricchi non esita a sterminare con armi non molto rumorose intere culture, territori, etnie.

Ma soprattutto, ed era qui che volevo arrivare, stride a mio avviso questo impeto solidarista quando quotidianamente si assiste alla più totale latitanza della solidarietà nel corto raggio della prossimità, della nostra vita di tutti i giorni. Si invocano diritti per i lontani, si è indifferenti ai diritti (assenti o compressi) dei vicini. Ci si indigna per le repressioni di Pechino e Teheran ma ci si compiace dei riaccompagnamenti in Libia degli "extracomunitari" che vengono a disturbare il nostro benessere. Si guarda compiaciuti alle manifestazioni di piazza, ieri a Belgrado, oggi a Beirut, domani chissà, ma ci si infastidisce e ci si irrita per una manifestazione sindacale in strada da parte di chi ha perso lavoro e speranze, qua, da noi. Si commenta la capacità di resistenza, il coraggio di chi lotta per i propri diritti mentre non ci si indigna più dei gravi problemi di tenuta democratica del nostro Paese: la qualità sottozero dell'informazione (sale della democrazia), lo strapotere delle lobby rispetto alla politica locale e nazionale, i comportamenti di personaggi in vista che altrove sarebbero stati duramente sanzionati. Si inneggia a chi si batte per l'espansione dei propri diritti, ma si rimande indifferenti a casa propria di fronte al mercato del lavoro più mercificato che ci sia, alla più totale assenza di prospettive di eguaglianza di opportunità per i giovani, alla compressione di molte libertà...

No, in queste strane forme di solidarietà c'è qualcosa che non va...